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Vite vissute?

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Non avrei mai pensato di scrivere qualcosa di diverso dai miei racconti, da ciò che frulla violento nella mia mente e mi fa creare storie più o meno veritiere e più o meno fantasiose. Però mi trovo qui, ora, a sentire impellente il bisogno di  confrontarmi con chi mi legge e chiedere se anche voi siete della mia opinione, se anche a voi questo mondo sembra strano e complicato, se anche a voi sembra di vivere in una società rotta.

Si, uso la parola “rotto” perché qualcosa è andato male. Qualcosa ha rovinato il mondo che ci circonda, quella società che sembrava crescere ed essere sempre migliore, sempre più avanzata, utopicamente futuristica a tal punto da farci credere che ogni innovazione fosse straordinariamente giusta. Ad oggi mi chiedo se tutte quelle speranze che io, che le persone come me avevano nel futuro siano state ripagate. Pensavamo che internet avrebbe migliorato il mondo, che accogliere le persone diverse da noi ci avrebbe arricchiti, che migrare verso nuovi orizzonti fosse fonte di guadagno culturale per poi tornare a casa migliori e con una testa nuova.

Ho ventiquattro anni studio economia e al contempo vorrei lavorare perché non me la sento di pesare anche sui miei genitori. Il paese in cui vivo non me lo permette. Non permette ai giovani che studiano di lavorare decentemente, non permette di conciliare le due cose. Il paese in cui vivo fa leggi per agevolare le aziende che assumono giovani ma solo se questi  non studiano. Non è concesso a chi decide di avere un pezzo di carta in più di mantenersi quegli studi in autonomia? Non lo è perché lo stato lo considera inutile o perché le persone che quel pezzo di carta non se lo vogliono prendere ti ripetono tutti i giorni “Ti insegna più la vita dell’università”.

è vero, la vita ti insegna tanto, ti prende a schiaffi e calci e ti butta a terra più e più volte e devi rialzarti da solo, combattere ma non crediate che sia facile l’università, non crediate che solo perché uno si sveglia la mattina e studia allora valga meno di chi la mattina si alza e lavora. Non faremo la stessa fatica, è vero, ma non significa che sia facile.

Nel paese in cui vivo molti non vanno all’università perché la vita insegna meglio e di più quindi vanno a lavorare ma dov’è il lavoro? Se non accetti di essere sottopagato e lavorare dieci ore allora ti chiedono il pezzo di carta in più e con quella scusa ti lasciano a casa. Perciò, nel paese in cui vivo chi studia non sempre può lavorare ma neanche chi smette di studiare può lavorare e quindi mi chiedo, ci chiediamo, e VI chiedo, cosa dobbiamo fare in questo paese in cui viviamo?

Cosa si fa in una società dove non puoi fare nulla? Cosa si fa in una società che dice i media aiutano i giovani ma i giovani sono schiavi dei social, delle fotomodelle, delle rappresentati di trucco e del “lavoretto da tastiera”. Cosa si fa in una società che promuove l’accoglienza del “diverso” ma poi emargina chi è diverso, non riconosce il bullismo, il razzismo e l’omofobia? Cosa si fa in una società che assicura lavoro e istruzione ma non permette di studiare e non dà lavoro?

 

Se qualcuno, leggendo queste troppe righe arrivasse fin qui e avesse un’opinione divergente o simile alla mia, chiedo di parlarmene. Cercatemi, ditemi la vostra, cerchiamo soluzioni. Ogni opinione è ben accetta. Diffondiamo il messaggio che queste vite che viviamo non sono vite, che non ci permettono di essere noi stessi ma neanche di fare come dicono loro. Diciamo a tutti che questa società è rotta e va aggiustata. Diciamolo che bisogna cambiare a favore di questi giovani che hanno mezzi ma non possibilità di rendere il mondo migliore.

 

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Meno 47 giorni

Apro gli occhi ancor prima che la sveglia suoni ma non mi alzo, non ho voglia di andare a scuola oggi e così resto a fissare la trave sopra la mia testa. Devo proprio pulirla, questa trave, vedo la polvere da qui. “Svegliati! Devi portare Stefano all’asilo prima di andare a scuola” mia madre sta urlando mentre fa il bagnetto al mio fratellino. Dovrò entrare in seconda ora oggi ma sto già pensando di lasciare Stefano ed andare in biblioteca o al cinema.

Spesso vado al cinema da sola, mi piace guardare film d’azione, resto in silenzio su quella comoda poltrona ed immagino che le persone attorno a me siano amici che mi hanno accompagnata. Lo faccio almeno una volta a settimana per sentirmi meno sola ed oggi, che mi sento terribilmente isolata da questo mondo grigio, corro sulla mia poltrona in una delle tante sale in cerca di qualcuno vicino cui sedermi.

Mia madre si affaccia alla mia porta. “Forza.” Mi dice e si allontana con Stefano in braccio che si agita stringendo la sua camicetta di chiffon. Dall’abbigliamento capisco che anche oggi resta a casa a lavorare quindi non potrò rientrare prima della fine delle lezioni. Mi rigiro nel letto e guardo fuori la finestra, piove da ieri e non accenna a smettere. Il cielo grigio e la pioggia sembrano ingoiare questo mondo ed io vorrei far parte di quella pioggia, vorrei sentirmi acqua per annegare tutte quelle persone che mi hanno fatto del male poi tornare in cielo e ricominciare ancora e ancora fino a consumare la mia vendetta ma non sono acqua, sono un essere umano, sono una persona fragile, vuota che cerca di sopravvivere all’ingiustizia del mondo.

Mi alzo controvoglia e vado in bagno. Mentre aspetto che l’acqua si riscaldi mi guardo allo specchio e mi chiedo se sia davvero giusto quello che sto facendo. Mi ritorna in mente l’espressione preoccupata di quella ragazza, le sue parole “Stai bene?” Ancora una volta, l’unica risposta che do, l’unica bugia è “Si. Sto bene”

Sto bene perché sono convinta che sia la cosa giusta, sto bene perché non mangio, perchè l’unica cosa che faccio è bere acqua, perché so, l’acqua non fa ingrassare.

Entro nella doccia, mi lavo piano, ho poca forza e l’acqua calda sembra pesantissima per le mie spalle, per i miei piedi, per il miei capelli che ho dovuto accorciare perché cadono e mi chiedo se sia normale che i capelli cadano, che le mestruazioni si interrompano. Però mi rispondo si, mi dico che è tutto normale e continuo a lavarmi. Tutto nella vita ha un perché, ogni nostra azione, ogni motivazione che ci spinge ad agire. Io voglio essere bella, per questo non mangio. La televisione insegna ad essere magre per essere belle e non mi spiego come facciano a pesare quaranta chili e dire di andare il palestra e mi chiedo cosa significhi mangiare sano perché ci sono troppe diete sane che fanno male e troppe diete fatte male ma che tutti seguono.

Uscita dalla doccia lo specchio mi fissa con le occhiaie scure, le costole, pelle e ossa a formare un corpo.

Esco dal bagno già pronta ad accompagnare Stefano ma in cucina mia madre ha preparato la colazione. Grazie mamma, hai preparato anche per me? Finalmente ti sei ricordata di avere una figlia? Ti preoccupi che io mangi?

Non è forse troppo tardi? Non dovevi forse farlo prima?

 

La colazione mi da il voltastomaco, l’odore del cappuccino, del cornetto caldo, persino della spremuta di arancia di Stefano. Vorrei solo vomitare, vomitare ciò che non ho dentro ma mi sforzo di mangiare con mia madre che mi fissa. Qualcosa nei suoi occhi mi scruta ed è in attesa che io ingoi il primo boccone.

Mamma, tu sei fiera di ciò che vedi allo specchio ogni mattina? Sei fiera quando ti alzi e sulla sponda del letto ti fissi nello specchio dell’armadio? Sei fiera della tua autorità, della tua freddezza, di tutte le tue cause vinte, in quella gonna a metà ginocchio, in quella camicetta di seta. Sei fiera con il tuo chignon alto, il trucco leggero e il rossetto rosso?

Sei fiera , mamma, dei tuoi tacchi alti e quella figura elegante con cui giri per casa, negli uffici, nei tribunali?

La ami papà? Ami te stesso? Ami noi figli? Perché non torni a casa papà? Sono due giorni che sei sparito, due giorni che sento mamma singhiozzare sola nel letto.

Anche ora sei fiera mamma? Sei fiera di ciò che sei? Hai perso un po’ di autorità ma non è colpa tua.

È l’amore che non va.

 

Prendo Stefano in braccio e lo accompagno all’asilo. Dopo la solita routine con la maestra corro al cinema, il film che trasmettono è uno dei miei preferiti.

Entro nella sala, ma a quest’ora del mattino è quasi vuota così dovrò fingere di avere solo due amici. Decido vicino chi sedermi per godermi il film dicendomi che nel pomeriggio, quando ci saranno più persone, potrò tornare e fingere di avere più amici. Mi sento più leggera in quella poltrona ma qualcosa dentro me ricorda che questa mattina ho fatto qualcosa che non dovevo, ho sbagliato e devo rimediare.

Poco prima della fine della proiezione corro via, non riesco a trattenermi, il mio stomaco urla che devo svuotarlo, urla che ha bisogno di leggerezza. Corro nel primo bar che vedo, sedie grigie e tavoli di metallo che aspettano persone, persone desiderose di condividere le proprie giornate con altri, di mangiare e ridere. Quelle sedie non aspettano me.

Il bagno è vuoto e appena chiudo la porta alle mie spalle, le dita fanno un movimento meccanico, che conoscono fin troppo bene da un paio d’anni a questa parte. Sanno dove premere affinché tutto quello che ho nello stomaco venga fuori come un fiume in piena e tutto si riversi nel water lasciandomi pulita. Ora mi sento bene.

 

Lascio il bar chiedendo dell’acqua perché mi ripeto che non fa ingrassare e torno al mio cinema a vedere un secondo film perché ho ancora degli spiccioli nel portafoglio.

Davanti la porta a vetri non intravedo più le pubblicità ma si presentano due ragazze, persone alte, incubi che mi divorano giorno e notte.

Silvia e Sara mi guardano con odio e gelosia. Cosa le spinge? Forse Giorgio? Giuro, non mi piace e se mi piacesse lo eviterei perché so che le conseguenze sono peggiori del coraggio di confessare dei sentimenti.  Una delle due mi butta a terra sotto la pioggia che mi bagna tutta, compresa la mia borsa aperta. Silvia la prende ed inizia a frugarci dentro, prende il portafoglio e ruba quei pochi soldi che avevo, lasciando la carta di credito. Credono sia vuota? Non lo è, i miei genitori la riempiono ogni mese ma io non spreco i loro soldi, un giorno glieli ridarò tutti per dimostrare che di amore avevo bisogno, non di soldi.

Aspetto che finiscano di frugarci dentro, che tutto questo finisca mentre le persone per strada mi guardano, mentre passeggiano e mi fissano. Il mascara cola e il viso diventa un dipinto bagnato e nero. Appena se ne vanno mi alzo e mi rifugio sotto la tettoia di un palazzo. Cerco disperata di pulire le mie cose ma il telefono è andato e persino i fazzoletti non asciugano più.

Mi sento fuori dal mondo, vorrei sparire ma sono ancora qui, ogni ora di ogni giorno. Ogni secondo chiedo a Dio di portarmi via ma non funziona così, non è lui a decidere per noi, il destino lo creiamo con le nostre mani.

Mentre Sara e Silvia scompaiono nella folla di persone mi chiedo perché è più facile per l’uomo accontentare un tiranno e sostenere le sue idee imposte con la forza, che impone la propria opinione attraverso odio e violenza.

Dove è finita la ribellione? La rivoluzione? La voglia di dire no a tutto questo, lottare per il volere qualcosa di meglio. Me lo chiedo ad ogni spinta che ricevo, ogni volta che mi si spezza il cuore, che mi sento sola, che non ho amici.

Me lo chiedo quando io stessa non mi ribello, non reagisco.

 

I ribelli non ci sono più, meglio soccombere al tiranno.

Cose che non siamo

Meno 48 giorni

Mi siedo al mio posto quando la classe è ancora vuota e mi guardo attorno, le pareti sporche a ricordare che non siamo i primi a passare di li e certamente non saremo gli ultimi, i banchi verdi consumati e vissuti da generazioni e generazioni prima di noi mentre io mi chiedo se qualcuno, tra tutti i ragazzi passati tra queste mura, si sia mai sentito come me, se ci sia qualcuno a questo mondo che prova le stesse cose, se non sono sola.
“Buongiorno.” Giorgio entra in aula e mi si siede accanto sorridendo. “Come mai non sei venuta ieri?” non riesco a crederci, mi sta davvero chiedendo questo? Qualcuno si interessa a me? Non voglio sembrare disperata e non voglio dirgli la verità così invento un’altra bugia “Non avevo voglia.” Lui annuisce e si mettere a trafficare con il telefono mentre io, per non dare sospetto mi metto per l’ennesima volta a studiare.
“Oggi c’è assemblea dobbiamo eleggere il rappresentante di classe.” Mi dice distratto dai messaggi sul telefono e non si accorge che entro nel panico, mi terrorizzo al solo pensiero perché assemblea è sinonimo di assenza di insegnanti. Sei in completa balia dei tuoi compagni di classe, alla mercé di chi vuole farti del male e tutto questo mi spaventa come se dovessi morire a breve.
Mi alzo e vado verso il bagno ma vengo bloccata, sulla porta, Sara si accorge di me prima che io possa fare marcia indietro. “Vieni qui Carlo ti devo dire una cosa.” Faccio un cenno con la testa come a darle conferma che può parlare, che la sento anche se distante ma lei scuote la sua e mi fa segno di seguirla in bagno. Ho paura di quello che sta per succedere ma allo stesso tempo so che se non faccio ciò che mi dice, potrebbe succedermi di peggio. Accetto il male minore e la seguo in bagno dove con mia sorpresa è sola. “Devi scoprire se Giorgio è fidanzato e se gli piaccio” mi dice senza toccarmi e io annuisco cercando di tornare verso l’uscita e lei, stranamente, mi lascia andare. Non mi tocca con un dito, non mi dice nulla ed io scappo verso un posto che non conosco con la mente vuota fissa solo sul nascondiglio che fingo di avere, me stessa.
Prendo lo zaino in classe e faccio per andarmene, cerco di pensare a come eludere la bidella e valuto di scavalcare il cancello posteriore ma so di non essere così forte. Mi giro per uscire e sbatto contro una ragazza, contro l’incubo di ragazza contro cui non avrei mai voluto sbattere, Silvia. “Stai attenta impedita! La prossima volta te la spacco quella faccia da imbecille che hai!” mi urla contro ed io mi sento piccola quanto un insetto, mi sento insignificante, ho l’autostima sotto i piedi e lei peggiora solo la mia situazione.
“Lasciala perdere non vedi che non lo ha fatto apposta?” Giorgio mi difende ed io ho paura per lui perché so cosa succede a chi si mette contro di lei. “Perché la difendi? Ti piace?” Silvia lo prende in giro e spingendolo da un lato passa accanto a noi e si va a sedere mentre Sara mi guarda con odio. Cosa le ho fatto ora? Perché è arrabbiata con me adesso?
Purtroppo non posso più uscire, il professore entra, fa l’appello ed io sono costretta a dichiararmi presente.

Una volta soli Silvia prende il monopolio dell’assemblea “La rappresentante sarò io.” Annuncia senza che nessuno le abbia chiesto di farlo o che qualcun altro si sia proposto come sua alternativa. Mi guardo attorno e noto che nessuno alza la mano, nessuno si oppone, tutti accondiscendenti alle sue decisioni, persino Giorgio che in un angolo gioca a carte con gli altri ragazzi.
Giovanna si avvicina di nuovo a me e sorride “Ti piace Giorgio?” chiede senza neanche salutare e capisco che è stata mandata lì per un motivo, per indagare. Scuoto la testa mentre dico no perché anche Sara mi possa vedere e la noto mentre sussurra qualcosa a Silvia. Le vedo alzarsi quindi corro via verso i bagni il più velocemente possibile, ho paura di loro. So che mi seguiranno perciò mi dirigo a quello del piano di sotto, sono troppo debole per salire un piano di scale di corsa, non ho neanche bevuto il tè questa mattina, mi sentivo gonfia appena sveglia.
Mi chiudo in uno dei gabinetti e tengo forte la porta come quando avevo dodici anni e loro cercavano di aprirla. Ho il terrore che mi abbiano vista scendere e che indovinino dove sono, che scoprano dove mi nascondo mi facciano del male. Istintivamente penso a cosa potrebbe succedere se per caso mi uccidessero. Inizio ad immaginare la polizia che circonda la scuola, i nastri al bagno, loro in lacrime a pentirsi dei loro comportamenti, la polizia che le porta via e il mio corpo avvolto dal sacco nero. Immagino tutti disperati che improvvisamente si rendono conto di volermi bene e piangono per me poi torno alla realtà e penso a chi potrebbe davvero piangere per me ed in un secondo la risposta arriva dalle mie viscere vuote : nessuno.

Tengo ancora per un po’ la porta poi, quando sento altre ragazze entrare e chiacchierare mi rilasso e lascio andare la maniglia per poi uscire e sorprendermi allo specchio. Sono innaturale, non mi sono truccata, ho il capelli legati, una felpa larga e delle occhiaie profonde e violacee. Ma quando sono diventata così? Cosa mi è successo? Volevo essere magra non un cadavere ambulante.
Una ragazza che non conosco mi si avvicina, “Scusa, stai bene? Hai bisogno di aiuto?” la guardo e mi chiedo come mai quelle domande e poi collego i fatti, il mio aspetto non dice che sono magra, dice che sono malata, dovrei curarmi? Sto bene? Ho bisogno di aiuto? Non lo so così lascio la ragazza senza una risposta ed esco dal bagno.
Mi appoggio al davanzale del vetro sul corridoio e guardo fuori senza pensare troppo perché anche pensare negli ultimi giorni sta diventando faticoso. Tra le compresse prese giorno e notte senza mangiare e solo dormendo, sono passata da cinquanta a quarantadue chili. Non dico di non essere fiera di me perché sto dimagrendo ma mi chiedo se mi faccia bene, e se mi fa male perché non se ne sta accorgendo nessuno? Io sto bene? Me lo chiedo per sicurezza, per sapere cosa rispondere se qualcuno me lo chiede ancora. Si. Mi rispondo ma la seguente domanda è quasi spontanea, è una bugia? La risposta è la stessa, si. Non importa però, da domani mi truccherò così si vedrà meno.

L’assemblea la passo li, davanti a quella finestra a fissare il vuoto e poi, appena sento la campanella risalgo le scale e mi appoggio al termosifone accanto all’aula. Giovanna esce appena Sara e Silvia si allontanano e mi viene vicino “Scusa per prima ma non potevo dire di no.” Le sorrido e la tranquillizzo, non è colpa sua se quelle due le fanno paura. Sorride a sua volta e resta in silenzio accanto a me come a tenermi compagnia. È piccola di statura, capelli neri a caschetto e occhiali da vista che la coprono totalmente. Mi chiedo come sia come amica, mi chiedo se si ricorda che le ho proposto un pomeriggio di studio e se mai accetterà. Non voglio essere invadente così non glielo ricordo ma in questo momento, con lei accanto, mi trovo a desiderare in modo disperato un’amica, una persona a cui confidare i miei dubbi, le mie paure, con cui poter anche ridere, scherzare, a volte persino piangere.
L’amicizia, nonostante io non l’abbia mai vissuta per molto tempo, la vedo così, un rapporto dove poter essere se stessi, come in amore, dove poter ridere, piangere, parlare di tutto, dire cosa si pensa, anche se sbagliato, dove potersi confrontare senza giudizio. Amicizia è avere accanto una o più persone degne della tua totale fiducia, della tua cieca sicurezza che agiranno per il tuo bene. Amico è colui che ti vuole sempre vedere felice, e che, anche se ti dice cose che fanno male, lo fa con l’intento di proteggerti e mai di ferirti. Amico è più di un fratello perché amico è libera scelta del cuore.
Rientro a casa e stendendomi sul letto fisso il soffitto. Non ho pensieri, non ho nulla da dire a me stessa così mi soffermo con lo sguardo sulla trave che attraversa il mio soffitto, piena di pupazzi. La dovrei pulire, in mezzo ai peluche si accumula tantissima polvere.
Sento rumore in cucina, mia madre sta armeggiando con le cialde e ovviamente non si è accorta che sono rientrata. Oggi non ha udienze in tribunale quindi lavora da casa, si aggira tra la sua stanza e lo studio con fare noncurante facendo battere i tacchi sul parchè. Vorrei essere come mia madre un giorno, una donna forte, sicura di se, battagliera ma soprattutto elegante. Va spesso in palestra, si trucca tutte le mattine e da quando ero bambina l’ho sempre vista indossare tacchi. È una donna fredda e questo non vorrei mai esserlo, vorrei amare i miei figli un giorno, vorrei dargli quello che lei non è riuscita a dare a me, un appoggio, una spalla su cui piangere, qualcuno con cui sfogarmi. Vorrei essere una madre vera, una mamma.
La sento farsi il caffè e ripetere quello che deve dire di fronte al giudice mentre tra un sorso e l’altro sospira. Cosa ti preoccupa mamma? Cosa gira tra i tuoi pensieri e affolla la tua testa così tanto da non farti bere neanche il caffè tranquilla? Ma soprattutto mamma, ti sei accorta che papà rientra sempre più tardi? Ti sei accorta che non parla neanche più con te, oltre che con me? Mamma va tutto bene? Siete ancora felici? Siete ancora mia madre e mio padre?
Mamma, ogni tanto mi vedi? Guardi nella mia stanza per assicurarti che io ci sia? Magari quando dormo, quando non me ne rendo conto. Sai, mamma, mi basterebbe la convinzione che ti accorgi di me, che ti assicuri io ci sia, che mi vuoi bene anche se non lo dimostri.

Tutti i genitori vogliono bene ai figli? Tutti li amano? Anche quando sono arrivati per puro caso?
Ho mille domande che vorrei rivolgerti adesso, e altre mille che non ti farò mai ma sappi, mamma che anche se tu non ti accorgi di me, se non mi ami come vorrei, io amo te, mamma. Amo il tuo essere forte, amo le attenzioni che rivolgi a Stefano, amo quello sguardo luminoso che ti viene quando rientri a casa vittoriosa. Ti amo mamma e non smetterò mai di farlo.

Cose che non siamo

Meno 49 giorni

Dopo il colpo di ieri, il mio viso si è gonfiato così, questa mattina, vengo accompagnata dal dentista da una madre stressata e con poca voglia e nessuna preoccupazione nei miei confronti. ”Potevi stare più attenta! Sei sempre così sbadata! Non so da chi tu abbia preso.” Mi dice mentre cammina davanti a me per strada.
Le guardo i tacchi alti e bianchi che suonano sull’asfalto. Oggi si è messa il completo blu, ha un’udienza importante in tribunale e cerca di sbrigarsi, liquidarmi il prima possibile per correre via. “Scusa mamma non volevo darti problemi.” Le dico e dentro di me spero si accorga del mio tono, spero si accorga che le sto mancando di rispetto con questa frase, che, in qualche modo, sto chiedendo la sua attenzione.
Non è la prima volta che mi faccio male, per mio volere o di altri. Non è la prima volta che la “disturbo” dai suoi mille casi e dalle sue udienze per dei capricci. Tutti capricci che vorrei lei capisse sono urla, urla disperate di un’adolescente che desidera che sua madre si volti, la guardi negli occhi e veda quel vuoto, quella paura, terrore e richiesta disperata di un motivo per essere salvata. Ho sempre immaginato come poteva essere il genitore perfetto e ho capito che doveva semplicemente ascoltare, girarsi verso il proprio figlio e chiedere se andasse tutto bene e quando il figlio avesse risposto si, non ci avesse creduto.
Per me questo è essere genitore, rendersi conto che tuo figlio sta male, ha bisogno di te, di un aiuto, una spalla su cui piangere. Io avevo una madre ed un padre ma non avevo genitori.
Lei si gira verso di me e per un momento la speranza si accende e mi dico lei abbia capito, lei adesso mi chiederà come sto, mi dirà che sa che non sono caduta, che ho detto una bugia, sa di Sara e Silvia e mi porta via, finalmente mi salva, perchè una madre mette al mondo i figli e li cresce ma una mamma li salva, una mamma capisce quando stai male, ti ascolta, ti porta via dal tuo maledetto inferno.
“Prendi tu Stefano all’asilo?” mi rompo dentro. Crolla ogni mia speranza, crolla ogni sogno che si accorga di me. Annuisco e lei sale in macchina lasciandomi sola davanti lo studio dentistico.

Aspetto paziente il mio turno, la mia visita, e il medico mi comunica che dovrà estrarmi un dente che, dopo la forte botta, ha cominciato a muoversi. “Come è successo? Hai litigato con qualcuno?” mi chiede lui preparando l’occorrente per l’estrazione. “Sono caduta.” Liquido la faccenda ripetendo a me stessa che non sto dicendo una bugia ma una mezza verità, dopo lo schiaffo sono davvero caduta.
Il dottore mi guarda come vorrei mi guardasse mio padre. “A me puoi dirlo, non lo dirò ai tuoi genitori.” Guardo il soffitto cercando di trattenere quello che sembra essere uno sfogo adolescenziale che sta sfociando in un pianto disperato di aiuto. “Mi ha picchiata una mia compagna di classe.” Dico e mi pento immediatamente. Non mi ha picchiata davvero, mi ha dato solo uno schiaffo la giustifico dentro me stessa ma le mie viscere vuote dicono di stare zitta perché il solo modo di uscirne è scappare via da li. Il dottore mi guarda ma non risponde, fa il suo lavoro e poi mi lascia andare senza commentare la mia frase. Non mi crede? O forse la sua era solo cortesia? Voleva solo comprendere meglio i motivi del suo lavoro sulla mia bocca?
Lo pago e corro via, è tardi, tra poco Stefano uscirà dall’asilo e non posso lasciarlo aspettare.

La maestra mi saluta da lontano quando arrivo, è stata anche la mia maestra. “Ciao! Come stanno i tuoi genitori?” me lo chiede ogni volta che mi vede poi, senza che io risponda, mi racconta di quanto il mio fratellino sia bravo, dolce ed educato. “Lo so, lo educo io.” Le vorrei rispondere ma sorrido, annuisco e prendendo in braccio Stefano, lo porto a casa.
Abitiamo poco lontano ma puntualmente lui appoggia la testolina sulla mia spalla e si addormenta, mi stringe forte la giacca con la sua piccola manina mentre nell’altra stringe la sua macchinina preferita e sento il suo respiro faticoso sul mio collo.
È nato con un difetto polmonare, ha bisogno di cicli continui in ospedale e di controlli a vita sul suo stato di salute. Non potrà mai correre, giocare a calcio, seguire i tifosi in una partita o cantare a squarciagola ad un concerto. I suoi fragili polmoni non glielo permetteranno e se potessi gli donerei i miei ma la differenza d’età è troppa ed io sono ancora viva.
Morirei per te fratellino, da quando sei qui, da quando tutte le mattine mi guardi e sorridi io per il tempo del tuo sorriso vivo. Per il tempo di quello sguardo luminoso che mi rivolgi, non ho più problemi. Sei la felicità che mi è stata negata, sei la luce negli occhi di quella madre e quel padre che abbiamo in comune che ti guardano come fossi l’unico figlio.

Sono diventata grande troppo in fretta papà? Guardavi anche me come guardi Stefano? Raccontavi anche a me le favole e mi portavi alle giostre?
Perché avete così tante foto con lui e non con me? Per la tecnologia che avanza o perché io ero l’errore?
Stefano è arrivato per salvare il vostro matrimonio papà, io sono arrivata per un errore del destino che vi ha uniti controvoglia mentre ero ancora nel grembo della mamma.
Avete sorriso anche con me come avete sorriso con lui? Vi siete amati quando sono nata io come vi amavate il giorno in cui lui ha aperto per la prima volta gli occhi su questo mondo?
Non importa cosa abbiano fatto di giusto o sbagliato i miei genitori, sono grata di avermi dato Stefano che ora sta nel letto accanto a me e dorme tenendomi stretta per la maglietta.
Tranquillo, piccolo non vado via, sarò qui a proteggerti.

Papà è un professore universitario oltre che un magistrato e così, è sempre via per lavoro, poche ore di sfuggita a casa come a rimembrare i nostri volti e poi via, tra aule di facoltà e di tribunale.
“Tua madre mi ha detto che sei caduta.” Mi dice cambiandosi la cravatta mentre si affaccia alla mia porta. Annuisco ma sarebbe inutile rispondere già si guarda attorno cercando la solita cosa “Hai fatto i compiti?” sta volta devo rispondere, è l’argomento che gli interessa maggiormente di me. “Tra poco, ho badato a Stefano.” Diventa severo in volto e so che si sta arrabbiando “Non usare tuo fratello come scusa perché sei sfaticata. Prendi i libri e studia altrimenti resti indietro e gli sfaticati a medicina non li vogliono.” Ha già deciso per me. Vuole io faccia il medico perché lui l’aveva come sogno di vita ma ha ripiegato sulla carriera da magistrato. Mi chiedo che sogni ha per Stefano o a lui faranno scegliere?
Se ne va e dopo che sento la porta chiudersi, rimasta sola, guardo fuori dalla finestra la sua macchina che si allontana.
Il telefono squilla e spero qualcuno della classe mi chieda come mai non sono andata a lezione ma è mia madre, non rientrerà a cena così, una volta tramontato il sole faccio il bagno al mio fratellino, gli preparo la cena e, dopo avergli raccontato la favola della buonanotte, lo lascio riposare con la sua macchinina salda tra le mani.

Accendo la lampada della scrivania e alla sua fioca luce apro i libri per studiare. La verità è che non ne ho bisogno, sono già avanti con tutti i programmi ma lo faccio lo stesso, mi distraggono dalla fame e dallo specchio che mi guarda e mi sussurra maligno che sono deforme.
Mio padre mi ha comprato i libri appena finito l’anno precedente e mentre il giorno prendevo antidepressivi e dormivo, la notte ero iperattiva, così studiavo, mi perdevo nelle parole dei miei libri con il tè accanto e il pensiero fisso di essere sazia che ingannava lo stomaco rumoroso.

Al rientro di mia madre, dopo la mezzanotte, sono ancora sui libri ma la mia stanza, troppo lontana dalla sua, non le fa notare la luce della lampada perciò si corica sola senza preoccuparsi che il marito non sia rientrato, che il figlio stia dormendo o che la figlia stia bene.
Mi alzo e mi dirigo verso il nemico che mi chiama fin dal tramonto e mi guardo.
Sono in tuta così mi spoglio e continuo a guardarmi, ho le gambe snelle, un divario troppo grande e innaturale tra le due, le costole che iniziano a vedersi, il sedere che diventa ossa come il seno così piccolo da scomparire eppure neanche così io mi sento bene e il pensiero fisso in testa è uno, domani devo tornare a scuola.

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Matrimonio?

Tutte le mattine mi sveglio alle 6.40 e alle 7.00 C. mi raggiunge sul balcone per la colazione. Davanti a noi il parco verde e rigoglioso e tra noi e lui, una chiesa che ci fissa giudicatrice. Si erge a giudice della vita umana dividendo il mondo in cattivi se non vai a pregare, se non credi in un potere superiore e se non prendi tutti i sacramenti. Poi ci sono i buoni, coloro che tutte queste cose le fanno, anche se non ci credono ma l’ipocrisia paga più della verità. C. non crede nel matrimonio, vede più i lati negativi che positivi ed io oggi sono qui ad esporli, a chiedervi cosa ne pensate voi? Matrimonio si o matrimonio no?

L’amore esiste anche senza un anello al dito. Puoi amare qualcuno tutta la vita, farci dei figli, essergli fedele, assisterlo nella malattia, nei tempi bui ed in quelli felici anche senza un anello al dito. L’istituzione del matrimonio serve solo a livello legale? Sono solo questi i vantaggi?

C’è chi si sposa per far contente le famiglie e chi lo fa per i regali alla fine della cena. Quando però la festa finisce cosa succede? Quando sono passati due, tre, vent’anni cosa succede?

Ipotizziamo un matrimonio felice dove si fanno dei figli e tutto va bene. FINE DELLA STORIA.

Ipotizziamo un matrimonio che si sfascia dove sono stati messi al mondo dei figli e tutto si complica. Una separazione comporta soldi da entrambi i coniugi i figli dovranno essere divisi tra i due e a volte, quando un genitore odia l’altro, anche i figli vengono plagiati ad odiare il genitore. Se la moglie è senza lavoro il marito dovrà mantenere lei e il o i bambini. La casa coniugale resta a colui che ha la custodia e l’altro va sul lastrico. Alcune compagnie ad oggi non permettono (per fortuna a mio avviso) che genitori e figli o coniugi lavorino nello stesso posto perciò, al momento del matrimonio uno dei due dovrà lasciare il proprio posto.

Quindi vi chiedo, di fronte a tutti questi contro, quali sono i vostri pro? Meglio tanti soldi o regali dopo la festa o uno stipendio fisso tutta la vita? (Sottolineamo che viviamo in una società in cui difficilmente il coniuge che lascia il posto di lavoro ne troverà uno uguale o migliore e spesso, se è la donna ad abbandonare, difficilmente troverà lavoro e basta.)

Cose che non siamo

Meno 50 giorni

La sveglia suona presto, mi alzo di scatto dopo una notte di pillole e la testa mi esplode. “Tre sonniferi sono troppi.” Penso mentre spengo il telefono. Internet è rimasto acceso tutta la notte, come ogni notte, ma nessuno mi ha contattata.
Mi lavo, stiro i capelli e cerco di mettere un filo di trucco. Non sono esperta ma decido che questo sarà il mio anno, sarò finalmente la persona che ho sempre desiderato essere e nessuno mi potrà fermare. Dirò la mia, mi farò delle amiche, uscirò e forse conoscerò anche un ragazzo. Respiro profondamente guardando lo specchio accanto al letto ed improvvisamente mi distorco nell’immagine. Sono di nuovo grassa, sono di nuovo Carlo con i capelli militare, sono di nuovo un mostro di ciccia che nessuno vuole.
Respiro ancora e tutto torna normale. Sono Carlotta per fortuna, sono magra perché non mangio quasi mai, ho i capelli di media lunghezza e sono carina.
Una smorfia si insinua sul mio volto, sto esagerando, sono presentabile.

Arrivo in aula e sono la prima, posso scegliere dove sedermi ma valuto le possibilità. Dietro ci sono Sara e Silvia, se portassi via un posto diventerei di nuovo il loro bersaglio. L’ultima cosa che desidero è subire ancora le loro angherie così finisco al secondo banco accanto alla porta e mi scopro a valutare quanto questa sia distante da me. Le vecchie abitudini non muoiono mai, sono ancora terrorizzata dal non poter scappare via. Sono consapevole che il primo banco è ancora più vicino ma cerco di trattenere l’impulso e resto ferma aggrappata alla mia seconda sedia mentre i compagni di classe entrano e litigano per le ultime file.
Siamo circa venti, pochi maschi e troppe femmine, una stanza piena di esplosivo pronto a buttare giù l’istituto alla prima mossa sbagliata. Silvia e Sara entrano ed una delle due, spingendo il mio banco e spostandolo contro il mio sterno, fa finta di esserci inciampata per caso “Oh, scusa Carlo.” Non le guardo in viso ho la testa bassa ma riconosco la voce di Sara e poi tutte le altre che ridono in coro.
Come possono, dopo tutti questi anni, essersi create anche qui un giro di amiche così sottomesse a loro da non vedere la realtà di ciò che fanno? Come mai nessuno si accorge di tutto questo? Sono ciechi gli altri o sono pazza io?
Pazza io dice una voce dentro me mentre fisso lo specchio del bagno delle ragazze. Sono uscita dalla classe di corsa, forse per abitudine e mi ritrovo muta davanti a me stessa a convincermi che non sono Carlo, mi tocco i capelli, non ho più quattordici anni ne ho quasi sedici e sono forte, ce la posso fare.
Mi sento inadeguata e il solo modo che conosco per togliere la sensazione sgradevole è entrare dentro la toilette e vomitare, così lo faccio. Mi chino su quel water maleodorante e mi ficco due dita in gola. So come fare, è un anno che tutto questo va avanti ma l’unica cosa nel mio stomaco è una tazza di tè verde senza zucchero che viene su insieme a sgradevoli succhi gastrici.
Attaccata al jeans ho una bottiglietta in plastica che potrebbe sembrare disinfettante per le mani invece è colluttorio.
Mi sciacquo la bocca e rientro in classe. La professoressa non è ancora arrivata così mi aggrappo al termosifone e sto lì ferma ad osservare gli altri vivere. Non ho il coraggio di parlare con qualcuno, nonostante li conosca da due anni. Non ho il coraggio neanche di sedermi al mio posto, non ho coraggio di vivere.
È il primo giorno di scuola ed io sono terrorizzata da me stessa e dai miei diciannove compagni di classe. Valuto di nuovo l’idea di tornare in bagno ma sarebbe inutile, non ho nulla da vomitare e dal bagno passano tutti, anche le mie compagne.
Esco sul corridoio sperando di vedere volti di altri studenti e così è. Tutti vivono, passeggiano, scherzano e si abbracciano riscoprendosi dopo le vacanze estive e poi me ne rendo conto.
Appena l’insegnante entrerà chiederà a tutti cosa hanno fatto. Devo trovare una bugia, una plausibile. Dove erano andati i miei genitori a Ferragosto? E a giugno sono stati alle terme o a sciare? Non lo ricordo perché ho passato l’estate a dormire, imbottita di antidepressivi alternati a sonniferi e tè nero senza zucchero. Se non avessi visto Stefano questa mattina dormire nel suo lettino, non lo avrei riconosciuto per strada dopo così tanto che non lo vedevo.
Respiro profondamente per schiarire il cervello e mettere insieme abbastanza bugie per creare una decente verità. L’insegnante entra sorridente “Carlotta, buongiorno, come ti trovo bella quest’anno. Sei dimagrita?” Sorrido e faccio per rispondere cortese ma vengo privata anche di questo piccolo piacere “Si chiama Carlo. Quando eravamo alla scuola media veniva sempre presa in giro.” Silvia ride di me e Sara infierisce mentre i miei occhi diventano lucidi. “Era un bidone dell’umido.” La classe ride divertita ed io mi sento morire anzi, mi sento all’inferno, torturata, la morte sarebbe il mio sollievo.
Mi siedo muta, incapace di ribattere come a darle ragione ma il mio cervello si ribella, non ero grassa, non ero un maschio non ero il mostro che descrivono ma non dico nulla, non apro bocca e la voragine nello stomaco si mangia i pensieri.

“Quest’anno avrete un nuovo compagno di classe, lui è Giorgio.” La professoressa presenta un ragazzo alto, con fisico atletico, carismatico solo dallo sguardo che quasi gli sorride. “Dove vuoi sederti?” gli chiede e lui risponde con un’altra domanda. “Vicino a qualcuno che venga dalla mia stessa città?” La donna magra con un vestito blu cobalto aderente riflette guardandoci, poi esordisce con la sola parola che non mi aspetterei. “Carlotta.” Sgrano gli occhi in un misto di paura che lui possa farmi del male e speranza che lui mi salvi.
Si siede accanto a me e mi stringe la mano mentre io goffa cerco di ricambiare.
Che sia questo l’inizio di un’amicizia? Che possa anche io avere qualcuno con cui parlare?

La ricreazione arriva prepotente e mi porta via Giorgio che si dilegua insieme agli altri ragazzi nel cortile mentre io resto al mio posto, aggrappata di nuovo, ma ai libri. Li ho già acquistati tutti e sfoglio storia mentre attendo che la campanella suoni e faccia arrivare il professore. I minuti morti, quelli in cui gli studenti restano soli, mi terrorizzano. Portano alla mia mente, dal profondo delle mie viscere, ricordi sgradevoli di periodi bui, in cui l’unica cosa che conoscevo era la tazza maleodorante di un bagno studentesco, le pareti sporche di insulti e scritte disgustose sui maschi. Ricordi di porte arancioni in legno che odoravano di muffa e maniglie che dovevi reggere perché le altre non ti aprissero la porta.
I momenti di libertà mi portavano alla mia prigione, al terrore che quella porta arancione, ora verde, si aprisse e che i miei aguzzini fossero lì fuori ad aspettarmi. Immaginavo l’inferno ad ogni passo dentro quell’aula e lo immaginavo proprio così, proprio come una classe di terzo superiore piena di ragazze prepotenti che non hanno altro divertimento oltre quello di prendere in giro una persona debole.
“Carlotta come hai passato l’estate?” Giovanna mi sorride e si siede accanto a me. Lei è stata la mia prima compagna di banco e ancora mi veniva a parlare quando Sara e Silvia uscivano dall’aula. “A sciare con i miei e tu?” Chiedo e poi dico a me stessa di ricordare quella bugia per quando la dovrò raccontare ad altri. “Con gli amici al mare.” Sorride, Giovanna ed io mi chiedo com’è avere amici ed allo stesso tempo mi chiedo perché io non ne ho. Forse è colpa mia, forse devo essere più coraggiosa e così: “Un pomeriggio ti va di studiare insieme?” Le chiedo non volendo invadere la sua vita con un gelato. “Certo, quando vuoi.” Mi dice ma Silvia la sente “Che vuole Carlo da te? Ti corteggia? Sei lesbica Carlo?” Si rivolge a me e ride, mi prende in giro e mi dico ancora una volta che devo avere coraggio. Mi alzo in piedi e rispondo “Non sono cose che ti riguardano. Non ho parlato con te.”

Promemoria numero uno: troppo coraggio fa male.

Silvia mi tira una schiaffo che mi fa girare la testa e mi catapulta all’indietro tra la sedia e il muro. Cado con il sedere per terra e non so se fa più male il dolore della caduta o il sangue che mi esce dalla bocca. La guardo e lei mi fulmina; “Porta rispetto stupida!” Mi urla e mi sputa addosso.
Giovanna se ne va e gli altri muti la guardano mentre io mi sento avvilita e umiliata. Ma cosa fate! Perché non le dice nessuno niente! Perché nessuno mi difende! Non posso farlo da sola ho bisogno di aiuto, vi prego, almeno una persona che mi aiuti!
Ma nessuno fa niente, tutti riprendono la loro vita e fanno finta che io non ci sia, che io non sia a terra con un labro sanguinante, dolorante e sporca di sputo sulla maglietta.header

Cose che non siamo

Giorno 52

 

 

Non può piovere per sempre, dice qualcuno, eppure oggi piove molto, il mondo sembra annegare in quest’acqua trasparente e fredda come questo mese dei morti.

La bara sta lentamente scendendo nelle viscere della terra e le persone vestite di nero uniscono le proprie lacrime alla pioggia. Un bambino biondo, di circa quattro anni, guarda quella scatola di legno e curioso chiede alla madre, in prima fila accanto a lui: “Mamma, perché Carlotta è lì? Non ha caldo coperta? Quando torniamo a casa torna anche lei?” La donna gli accarezza la testa: “No tesoro, la tua sorellina non tornerà a casa ma tranquillo dove è ora, è molto felice e ti guarda.” È  vero, lo guardo. Guardo il mio fratellino, Stefano, che assiste al mio funerale.

Mi hanno trovata suicida in camera da letto pochi giorni addietro.

Sono o ero, Carlotta e sono stata vittima di bullismo ma soprattutto vittima di me stessa.

Dovrei parlare di me al passato o al presente? Riferendomi a chi ero o a cosa sono diventata?

Mia madre piange disperata lacrime che non credevo avesse e mio padre la stringe a sé come non faceva da anni. Li guardo e mi chiedo perché abbiano nascosto il loro amore davanti a me, perché mentre chiedevo aiuto nessuno mi vedeva, mi sentiva e ora sembrano tutti così attenti a quel corpo muto. Sono uno spirito che guarda sè stesso da lontano e non riesco a farmi una ragione del perché il mondo non pianga i propri errori prima che sia troppo tardi e non provi a rimediare ad essi.

Guardo Silvia, la ragazza alta dai capelli rossi fin troppo truccata che si avvicina per dire due parole in mia memoria. Mi aspetto ammetta che è anche colpa sua se indosso un vestito a fiori che ho sempre odiato e sono sigillata in questa bara rossastra come i suoi capelli. “Carlotta era una ragazza meravigliosa, noi tutte le volevamo bene.” Se avessi un’espressione sarebbe sicuramente di sorpresa. Quanta ipocrisia! Voler bene? Quella ragazza non ha cuore, non ha anima, non sa cosa vuol dire, voler bene.

Lei e la sua migliore amica, la ragazza dai capelli neri in fondo alla piccola folla, mi conoscono da quando avevo quattordici anni. Sono sempre state due persone autoritarie e sicure della loro forza in coppia così, sottomettevano ogni ragazza o ragazzo più debole di loro. In prima media ho fatto l’errore di non abbassare la testa una volta ed è stato così che per i sette anni da allora ho vissuto l’inferno in terra.

Era circa questo periodo quando decisero che i miei capelli lunghi fino ai fianchi avevano bisogno di un taglio più alla moda.

Era l’ora di pranzo, i professori erano fuori dalle proprie aule e gli studenti facevano caos nelle classi. Ricordo che sedevo al primo banco per tenere le distanze da loro e quando i professori erano assenti mi chiudevo nel bagno a chiave per evitarle ma quel giorno, Silvia chiuse la porta della nostra classe prima che io la attraversassi. I maschi erano circa diciassette, tutti indifferenti e consapevoli di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco, le ragazze, circa sei, tutte complici delle due, perché in fondo, se sei debole, cerchi sempre di metterti dalla parte del più forte per non ritrovartelo contro.

Cercai di uscire chiedendo permesso alla rossa che bloccava la porta ma venni presa per un braccio e sbattuta con violenza contro un banco. Guardavo da terra Sara, la bruna che era circa il doppio di me per stazza e decisamente più alta. Cercai di tirarmi su ma due delle nostre compagne mi bloccarono su una sedia mentre lei si avvicinava pericolosamente con le forbici a me. I ragazzi ridevano e rimanevano in disparte mentre quella “bestia” prendeva i miei capelli tra le mani e li mutilava come fossero carta ridendo insieme alle sue amiche di me, urlandomi nomignoli sgradevoli, a volte osceni e riducendo il mio aspetto a quello di un animale in gabbia che dopo essersi sbattuto più volte contro le grate è pieno di graffi e spettinato.

Il giorno dopo avevo i capelli più corti della maggior parte dei maschi della mia classe, quelli erano gli unici che ero riuscita a salvare. Nel sedermi sulla sedia non mi accorsi che una compagna mi aveva lasciato come regalo una gomma masticata mentre un’altra aveva già deciso che da quel giorno il mio nome si sarebbe ridotto a Carlo per il taglio militare. Chiesi il trasferimento da quella classe pochi giorni dopo l’accaduto raccontando tutto ai miei genitori e spiegando loro che non era la prima volta che succedevano quelle violenze. In precedenza, fui sbattuta con la schiena contro un banco, spintonata contro i muri, le serrande dei negozi accanto alla scuola e spinta giù per le scale. Se ero ancora viva, ero fermamente convinta che fosse perché Dio mi riservava una grande rivincita. Essa non arrivò quel giorno, i miei genitori liquidarono insieme alla scuola l’accaduto come una “ragazzata” e le mie compagne davanti ai professori dissero che mi volevano bene e che erano solo “giochi”. La preside dell’istituto in cui mi trovavo diede la colpa a me, sostenendo che dovevo avere più fiducia nelle mie compagne e non cercare di essere diversa da loro ma uniformarmi alla massa. Resistetti i tre anni delle scuole medie con la convinzione che in primo liceo, in una città diversa, nessuno avrebbe saputo chi ero e potevo essere chiunque volessi.

Ammetto di non aver mai avuto grande stima di me, di non essere stata una bambina viziata e purtroppo non mi sono spesso sentita dire quanto fossi amata o quanto fossi importante. Forse avrei dovuto chiedere se ero importante, se ero amata, forse è stata colpa mia, eppure mentre guardo queste persone piangere e osservo il mio corpo freddo, non riesco più a prendermi tutta la colpa. Dovevano ascoltare quando in terzo liceo confessai alla psicologa di essere vittima delle mie compagne di classe Sara e Silvia, che mi ero ritrovata lì un anno prima. Dovevano ascoltare quando le confessai che una mattina mi avevano aspettata sotto casa e rubato i soldi, quando ebbi il primo fidanzatino e loro gli raccontarono che avevo una malattia venerea perché andavo a letto con qualsiasi ragazzo me lo chiedesse. Dovevano ascoltarmi quando piangevo e supplicavo di cambiare scuola, vita. Dovevano guardare i lividi sul mio corpo, le lacrime continue, il fatto che smisi di mangiare, che smisi di uscire, che mi inventavo mille scuse per non andare più a scuola.

I miei genitori erano ciechi a me e concentrati sulla piccola fonte di sorriso quotidiano che avevo anche io, il mio fratellino. Per quanto lui sia arrivato a questo mondo in modo difficile, ed in un momento difficile, mi ha per un po’ salvata. Passavo volentieri i pomeriggi ad accudirlo al posto di mia madre, a giocare con lui e a cercare di insegnargli, fin da subito ad essere forte da solo, a non contare su nessuno e a non piegarsi mai a nessuno. Doveva combattere perché io sarei stata sempre lì, dietro di lui ad incoraggiarlo e sostenerlo ed ora, a vederlo inconsapevole di ciò che sta succedendo, mi toglie un peso. Sarebbe stato difficile spiegargli che me ne stavo andando via e che non avrei mantenuto la mia promessa e avevo sinceramente paura che sarebbe rimasto deluso ma sorride, tiene in mano una macchinina e guarda la scatola di legno aspettandosi che io mi alzi e giochi con lui.

Caro fratellino, mi dispiace lasciarti così ma non mi alzerò, non ti aspetterò più fuori dall’asilo, non ti farò mangiare e non dormiremo più il pomeriggio insieme ma sappi che anche se il mio corpo è qui io sarò accanto a te in altre forme. Sarò con te quando abbraccerai il cuscino che profuma di cannella, quando guarderai le nostre foto sul comodino della mia camera e in ogni decisione importante che prenderai. Sappi che ti vorrò sempre bene.

 

Guardo Silvia che si sforza di far finta di piangere guardando il cielo. L’acqua le cade sul viso e lei finge che siano lacrime, parla con finti singhiozzi mentre l’amica la raggiunge e la stringe forte a sé. Le guardo e le invidio, avrei voluto anche io avere qualcuno che mi stringesse così e che mi ricordasse di quel grande progetto di rivincita che Dio aveva per me.

Caro Dio, mi dispiace, so che le battaglie che ci dai sono perché possiamo superarle ma forse mi hai sopravvalutata. Hai atteso troppo per darmi tregua, per darmi pace, rivincita. Non volevo vendetta, te lo assicuro, volevo solo si pentissero del loro comportamento o in un modo che solo tu conosci, che provassero quello che ho provato io. Si dice che la ruota giri ma la mia, forse, è stata troppo lenta e mi ha portata a non volerla aspettare.

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Le differenze del cuore

Essere una normale ragazza di vent’anni non è facile, ma quando la vita ti dona la vista a venticinque anni, essere normali è ancor meno facile. Come lo so? Per la prima volta nella mia vita oggi vedo un foglio a quadretti, per la prima volta vedo la stilografica che muovendosi con movimenti incerti regala al foglio il suo inchiostro blu scuro. Per la prima volta non mi serve toccare il foglio per capire cosa c’è scritto e non ho bisogno di qualcuno che mi guidi nella vita quotidiana. Come sono arrivata a conquistare il senso della vista è una lunga e strana storia che mi ha portata a capire che per le gioie della vita non serviva davvero vedere ma bastava guardare con i sensi che la natura mi aveva donato.

Sono nata con cinque sensi come tutti gli esseri umani, il tatto, l’olfatto, l’udito, il gusto e il famoso “sesto senso”, quello dell’istinto, del cuore, che ti dice quando amare, quando fidarti e cosa ti rende felice. L’ho sempre considerato superfluo e avrei fatto di tutto per sostituirlo alla vista ma il fato ha voluto che convivessi con il mio sesto senso e imparassi a conoscerlo e sfruttarlo come un superpotere, come fossi una “X-MAN”, per restare in tema sulla mia infanzia.

Fin da piccola amavo ascoltare e toccare, oltre ad essere essenziale per me esplorare con l’udito e il tatto, era diventata quasi una dipendenza. Amavo farmi portare al parco, sentire i rumori dei bambini che giocavano, della natura che viveva, toccare gli alberi, l’erba dopo la pioggia, persino sentire l’asfalto bollente in piena estate era qualcosa di divino.

Quando però arriva l’adolescenza, quello che per anni ti è sembrato bellissimo, ti appare superfluo, senti il dovere di essere uguale agli altri, ciò che ti rendeva diversa ma speciale ora ti rende diversa ma incompleta. Non ho mai avuto molti amici, però quelli che avevo li conoscevo alla perfezione. La mia migliore amica era simpatica e gentile, aveva un cuore grande e ingenuo, sempre pronta a dare consigli e consolare tutti, senza rendersi mai conto di quanto avesse bisogno di essere rassicurata e consigliata. Anche mio fratello era speciale, era un pittore e mentre percepivo il pennello imbevuto di colore sulla tela, gli chiedevo di descrivere il paesaggio pur non capendo a fondo il significato delle sue parole. Lo sentivo parlare di fiori rossi, cavalli arancioni e cieli ghiacciati ma quando toccavo la tela asciutta, sentivo solo il ruvido del foglio macchiato di qualcosa a me incomprensibile. Percepivo sentimenti, sensazioni, scoprivo l’animo umano attraverso il suono della voce, attraverso la presenza che le persone emanavano quando mi erano accanto. Più crescevo e più capivo le piccole differenze tra sentire e ascoltare, vedere e guardare ed ero sicura di poter vedere attraverso il mio sesto senso ma di non poter davvero guardare.

Quando arrivò l’amore, mi travolse come una valanga, come fossi una ragazza di diciassette anni come tante e mi sentii felice a soffrire e piangere per un ragazzo come potevano fare le mie amiche. Lui era un ragazzo che credevo potesse guardare il mondo come io avevo bisogno di fare così ignorai il sesto senso, come fa ogni donna durante la propria vita quando s’innamora, e mi abbandonai a lui. Era dolce, aveva una voce calda e da essa percepivo un sorriso felice, aveva mani forti e cuore grande, così grande forse, da essere vuoto. Spesso incontriamo persone dal cuore grande ma vuoto come il diserto, dove nonostante tenti di scavare, non troverai nulla da mangiare in mezzo alle dune e per quanto tu potrai cercare in quel cuore, non troverai nessuna oasi dove riposare beato. La grandezza di un cuore vuoto è direttamente proporzionale all’ostilità che troverai abitandoci.  L’amore rende ciechi anche chi non vede, l’amore rende cieco il cuore e se a guidarti è qualcuno senza patente allora non potrai che schiantarti ed io ricevetti un mattone in fronte il giorno in cui giustificò la decisione di andarsene dicendo: <<Tu sei speciale ma non possiamo uscire più insieme. Non stiamo mai da soli, ma non sei tu il problema, sono io, non amo il tuo cane guida.>>  non saprei dire se fu più forte l’istinto di scoppiare a ridere o a piangere così non feci nessuna delle due, me ne andai. Vivere significa anche capire l’importanza di chi ti è accanto e se quel qualcuno è fedele e premuroso come solo un animale sa essere, nessun essere umano varrà di più, mai. Da allora acquisii un settimo senso, il mio cane, da cui mi feci guidare anche nelle relazioni, lui sapeva prima di me se chi avevo accanto era un cuore vuoto o un cervello vuoto, perché assicuro a qualsiasi donna che anche se sembra uguale non lo è. I cervelli vuoti oltre a essere tali, non sono grandi come i cuori ma molto piccoli e non mettono insieme i pensieri prima di esternarli agli altri. Lo scoprii attraverso un’amica di cui tutti elogiavano la bellezza e l’intelligenza ma ricordate che essere intelligenti e avere cervello non è sempre sinonimo. La mia amica era molto colta ma la vita l’aveva fatta diventare altrettanto ingenua. Era una ragazza dalla sconfinata fiducia nel genere umano eppure particolarmente timida. Aveva una pelle delicata e mani callose per lo scrivere a penna eccessivo ma percepivo in lei un qualcosa di puro e forte che poteva regalare un giorno al mondo. Non capiva il bisogno essenziale del cane e consigliava spesso che mi operassi. L’idea di possedere la vista in modo artificiale non mi dispiaceva per nulla ma quanto può essere piccolo il cervello di qualcuno che non coglie il rapporto che si forma tra un cane e il suo migliore amico? Jack, era più di un cane, è più di un cane, è stato e sarà mio amico, qualcuno di cui non potrò mai fare a meno.

Tra sfortunati eventi e sfortunati incontri crescevo e capivo che quella con una mancanza non ero io ma il resto del mondo che girava attorno a me senza rendersi conto di quanto fosse poco accorto alle bellezze degli altri e fin troppo ai loro difetti.

Poi un giorno di due anni fa arrivò lui. Lui con cui non avevo bisogno di parlare per sapere che stava arrivando, che non avevo bisogno di toccare per sapere che era accanto a me, non avevo bisogno di chiedermi se vederlo avesse potuto cambiare le cose per capire che sì, le avrebbe cambiate ma solo in meglio. La sua ilarità, la risata calda e profonda, il calore che emanavano le sue mani e il suono assordante del suo cuore furono solo l’assaggio di una vita che avrei condiviso con lui. Lo conobbi per caso, come quando arriva la primavera, sai che deve arrivare, ti prepari ma quando ti accorgi di lei, è già da tanto che è arrivata. Non gli importava se non mi truccavo, se non sapevo cosa significasse avere i capelli marrone o non capivo la differenza tra capelli lunghi e corti, per me era solo una questione di sentire la testa più o meno leggera. A lui importava del mio sorriso che definiva “a diamante” e a me del suo che definivo “al cioccolato” per via del sapore delle sue labbra. M’innamorai di lui attraverso il mio sesto senso, che mi rivelò che ero innamorata, m’indusse a fidarmi e mi consigliò di lasciarmi andare, e farmi amare.

Dopo averlo sposato decisi di aggiungere qualcosa al mio essere speciale e la medicina mi donò la vista e finalmente, concretizzai il mio istinto in immagini. Conobbi i colori, le forme e conobbi quell’aspetto di me che ignoravo ma la vista non si aggiunse al resto, si sostituì al dettame del cuore che fino a quel momento avevo seguito e così compresi; gli uomini non mancano di qualcosa, semplicemente ignorano ciò che possiedono affidandosi ai più ovvi e semplici dettami della vita. Preferiscono vedere con gli occhi che guardare col cuore, sentire con le orecchie che ascoltare con l’istinto.