I bambini non devono morire

Ho sedici anni, mi guardo allo specchio ed anche se mi sento donna, vedo una bambina.

Mi piastro i capelli perché so che questa sera uscirò con le amiche. Mia nonna urla dalla stanza accanto che mi devo sbrigare ad uscire dal bagno se voglio prendere il treno in tempo ed io accelero per truccarmi e finire di vestirmi.

Mi sento bella questa sera, mi sento grande come ogni sera e mi sento donna. Sorrido a me stessa e desidero per l’ennesima volta che arrivi presto il giorno in cui potrò togliermi l’apparecchio perché mi fa sentire una bambina.

Corro a mettermi le scarpe ed ancora prima che mi dicano di stare attenta per strada e di rientrare ad un’ora decente, prendo la borsa piena di cianfrusaglie e chiudo la porta alle mie spalle. Sono grande basta dirmi come mi devo comportare! Penso mentre tiro fuori una sigaretta e la accendo aspettando le poche amiche che ho. “Faremo tardi dai!” Mi dice una di loro ed io sorrido. Voglio bene alle mie amiche e come tutte le ragazzine della mia età, sono convinta che queste amicizie dureranno in eterno. Mi immagino noi da grandi, a prendere il caffè sul divano mentre i bambini giocano sul tappeto.

Sono spensierata e felice, me lo sento che questa sera sarà  una da non dimenticare!

 

Arriviamo nella città che ci ospiterà sta notte per divertirci ed andiamo in cerca di feste. Ci fingiamo ventenni vissute, entriamo nei locali e cerchiamo di prendere alcolici sperando che nessuno chieda i documenti. A volte ci riusciamo, altre no ma è divertente comunque, ci sentiamo grandi, ci sentiamo donne!

Beviamo alcolici e fumiamo. Fumiamo tanto.

Spesso sigarette, altre volte canne, quando capita, anche qualcosa di più pesante. Questa sera vogliamo qualcosa di diverso, della droga vera, vogliamo sentirci bene così un’amica propone un incontro con chi potrebbe aiutarci.

Ci dirigiamo a piedi, di notte, in un quartiere dove siamo già state, dove incontriamo sempre le stesse persone che ci danno, in cambio dei soldi delle nostre paghette, un po’ di droga, a volte leggera, a volte  no.

Arriviamo ad una struttura abbandonata ma piena di persone intente a consumare qualsiasi cosa capiti loro per le mani. È pieno di bottiglie di plastica da cui esce fumo, siringhe per terra, cucchiai bruciati e letti luridi e sfatti dove chi è in pieno effetto di qualche droga, si stende.

Ci incontriamo con la persona che dovrebbe venderci il prodotto, è un uomo adulto, sa perfettamente che siamo bambine ma non gli importa, vuole solo i nostri soldi.

Dice un prezzo ma noi trattiamo, non arriviamo ad una somma così grande ma lui non vuole saperne. Iniziamo a litigare, io sono la più coraggiosa e contratto con foga per prendermi ciò che voglio. Non è la prima volta che faccio uso di droghe pesanti e ne ho bisogno. Oggi ne ho bisogno. La desidero e questo desiderio è necessità. Adesso!

Lui sogghigna, ha capito e mi fa una proposta che proprio non vorrei accettare, mi chiede di pagare la roba in natura.

Ho perso la verginità troppo tempo fa per farmi scrupoli ma lui è grande, un uomo, qualcuno che non mi sembra neanche così pulito o in salute ma la necessità è necessità.

Accetto a patto che possa prima fare un tiro di quel nettare degli dei di cui al solo pensiero, sento gli effetti. Accetta e mi fa sedere su uno di quegli squallidi lettini.

Le mie amiche, in disparte, consumano la loro dose e mi guardano, io pagherò per tutte.

 

Sorrido ed inizio a fumare ma già al primo tiro, qualcosa non mi è famigliare, la mente si annebbia troppo in fretta ed il corpo mi abbandona quasi all’istante. Vorrei chiedere cosa succede ma la mia bocca non parla, la mia voce non esce e non riesco ad alzarmi per andar via.

Vedo gli altri attorno a me, tutti mi guardano ma nessuno fa nulla, non capite che non sto bene? Non si vede?

L’uomo si abbassa i pantaloni, sfila i miei e si stende sopra di me. No! Aspetta! Non erano questi i patti! Non dovevo farlo, era qualcosa di diverso ciò che dovevo fare! Ti prego aiutatemi! Guardatemi non voglio!

Urlo nella mia mente cosciente e spaventata ma non riesco a muovere il corpo, gli occhi si chiudono.

Ho momenti di buio totale, sento pelli diverse sulla mia, mani diverse, corpi. Non è un solo uomo, quello che si approfitta di me! Vi prego aiutatemi! Vi imploro ho solo sedici anni, sono una bambina! Non volevo tutto questo, vi prego qualcuno mi aiuti! Mamma , papà dove siete! Ragazze aiuto!

Sento qualcuno dire che devo essere lasciata in pace e il corpo si riprende, inizio a rimettere quel mix strano e orribile che ho nel corpo ma qualcosa va male, ho le convulsioni! Aiutatemi!

“Lasciatela morire!” Urla quell’uomo e capisco. Capisco di aver fatto l’errore più grande della mia vita, capisco di non essere grande, di essere una bambina e sono spaventata. Le forze mi stanno abbandonando, la coscienza va e viene e cerco di capire quale sarà il mio ultimo pensiero.

Saluto i miei genitori, saluto i nonni, che mi hanno amata e cresciuta e condanno quelle amiche che credevo sincere ma che invece ora stanno ferme a fissarmi. Condanno tutti coloro che sono qui presenti e non mi aiutano, non vogliono chiamare i soccorsi.

Mi spengo così, immobile su un letto lurido davanti a decine di persone che  mi osservano insieme ai miei stupratori ed assassini. Mi guardano tutti. Uno spettacolo raccapricciante di cui io sono la protagonista.

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Il silenzio uccide

Non può piovere per sempre, dice qualcuno, eppure oggi piove molto, il mondo sembra annegare in quest’acqua trasparente e fredda come questo mese dei morti.
La bara sta lentamente scendendo nelle viscere della terra e le persone vestite di nero uniscono le proprie lacrime alla pioggia. Un bambino biondo, di circa quattro anni, guarda quella scatola di legno e curioso chiede alla madre, in prima fila accanto a lui: “Mamma, perché Carlotta è lì? Non ha caldo coperta? Quando torniamo a casa torna anche lei?” La donna gli accarezza la testa: “No tesoro, la tua sorellina non tornerà a casa ma tranquillo dove è ora, è molto felice e ti guarda.” È vero, lo guardo. Guardo il mio fratellino, Stefano, che assiste al mio funerale.
Mi hanno trovata suicida in camera da letto pochi giorni addietro.
Sono o ero, Carlotta e sono stata vittima di bullismo ma soprattutto vittima di me stessa.
Dovrei parlare di me al passato o al presente? Riferendomi a chi ero o a cosa sono diventata?
Mia madre piange disperata lacrime che non credevo avesse e mio padre la stringe a sé come non faceva da anni. Li guardo e mi chiedo perché abbiano nascosto il loro amore davanti a me, perché mentre chiedevo aiuto nessuno mi vedeva, mi sentiva e ora sembrano tutti così attenti a quel corpo muto. Sono uno spirito che guarda sè stesso da lontano e non riesco a farmi una ragione del perché il mondo non pianga i propri errori prima che sia troppo tardi e non provi a rimediare ad essi.
Guardo Silvia, la ragazza alta dai capelli rossi fin troppo truccata che si avvicina per dire due parole in mia memoria. Mi aspetto ammetta che è anche colpa sua se indosso un vestito a fiori che ho sempre odiato e sono sigillata in questa bara rossastra come i suoi capelli. “Carlotta era una ragazza meravigliosa, noi tutte le volevamo bene.” Se avessi un’espressione sarebbe sicuramente di sorpresa. Quanta ipocrisia! Voler bene? Quella ragazza non ha cuore, non ha anima, non sa cosa vuol dire, voler bene.
Lei e la sua migliore amica, la ragazza dai capelli neri in fondo alla piccola folla, mi conoscono da quando avevo quattordici anni. Sono sempre state due persone autoritarie e sicure della loro forza in coppia così, sottomettevano ogni ragazza o ragazzo più debole di loro. In prima media ho fatto l’errore di non abbassare la testa una volta ed è stato così che per i sette anni da allora ho vissuto l’inferno in terra.
Era circa questo periodo quando decisero che i miei capelli lunghi fino ai fianchi avevano bisogno di un taglio più alla moda.
Era l’ora di pranzo, i professori erano fuori dalle proprie aule e gli studenti facevano caos nelle classi. Ricordo che sedevo al primo banco per tenere le distanze da loro e quando i professori erano assenti mi chiudevo nel bagno a chiave per evitarle ma quel giorno, Silvia chiuse la porta della nostra classe prima che io la attraversassi. I maschi erano circa diciassette, tutti indifferenti e consapevoli di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco, le ragazze, circa sei, tutte complici delle due, perché in fondo, se sei debole, cerchi sempre di metterti dalla parte del più forte per non ritrovartelo contro.
Cercai di uscire chiedendo permesso alla rossa che bloccava la porta ma venni presa per un braccio e sbattuta con violenza contro un banco. Guardavo da terra Sara, la bruna che era circa il doppio di me per stazza e decisamente più alta. Cercai di tirarmi su ma due delle nostre compagne mi bloccarono su una sedia mentre lei si avvicinava pericolosamente con le forbici a me. I ragazzi ridevano e rimanevano in disparte mentre quella “bestia” prendeva i miei capelli tra le mani e li mutilava come fossero carta ridendo insieme alle sue amiche di me, urlandomi nomignoli sgradevoli, a volte osceni e riducendo il mio aspetto a quello di un animale in gabbia che dopo essersi sbattuto più volte contro le grate è pieno di graffi e spettinato.
Il giorno dopo avevo i capelli più corti della maggior parte dei maschi della mia classe, quelli erano gli unici che ero riuscita a salvare. Nel sedermi sulla sedia non mi accorsi che una compagna mi aveva lasciato come regalo una gomma masticata mentre un’altra aveva già deciso che da quel giorno il mio nome si sarebbe ridotto a Carlo per il taglio militare. Chiesi il trasferimento da quella classe pochi giorni dopo l’accaduto raccontando tutto ai miei genitori e spiegando loro che non era la prima volta che succedevano quelle violenze. In precedenza, fui sbattuta con la schiena contro un banco, spintonata contro i muri, le serrande dei negozi accanto alla scuola e spinta giù per le scale. Se ero ancora viva, ero fermamente convinta che fosse perché Dio mi riservava una grande rivincita. Essa non arrivò quel giorno, i miei genitori liquidarono insieme alla scuola l’accaduto come una “ragazzata” e le mie compagne davanti ai professori dissero che mi volevano bene e che erano solo “giochi”. La preside dell’istituto in cui mi trovavo diede la colpa a me, sostenendo che dovevo avere più fiducia nelle mie compagne e non cercare di essere diversa da loro ma uniformarmi alla massa. Resistetti i tre anni delle scuole medie con la convinzione che in primo liceo, in una città diversa, nessuno avrebbe saputo chi ero e potevo essere chiunque volessi.
Ammetto di non aver mai avuto grande stima di me, di non essere stata una bambina viziata e purtroppo non mi sono spesso sentita dire quanto fossi amata o quanto fossi importante. Forse avrei dovuto chiedere se ero importante, se ero amata, forse è stata colpa mia, eppure mentre guardo queste persone piangere e osservo il mio corpo freddo, non riesco più a prendermi tutta la colpa. Dovevano ascoltare quando in terzo liceo confessai alla psicologa di essere vittima delle mie compagne di classe Sara e Silvia, che mi ero ritrovata lì un anno prima. Dovevano ascoltare quando le confessai che una mattina mi avevano aspettata sotto casa e rubato i soldi, quando ebbi il primo fidanzatino e loro gli raccontarono che avevo una malattia venerea perché andavo a letto con qualsiasi ragazzo me lo chiedesse. Dovevano ascoltarmi quando piangevo e supplicavo di cambiare scuola, vita. Dovevano guardare i lividi sul mio corpo, le lacrime continue, il fatto che smisi di mangiare, che smisi di uscire, che mi inventavo mille scuse per non andare più a scuola.
I miei genitori erano ciechi a me e concentrati sulla piccola fonte di sorriso quotidiano che avevo anche io, il mio fratellino. Per quanto lui sia arrivato a questo mondo in modo difficile, ed in un momento difficile, mi ha per un po’ salvata. Passavo volentieri i pomeriggi ad accudirlo al posto di mia madre, a giocare con lui e a cercare di insegnargli, fin da subito ad essere forte da solo, a non contare su nessuno e a non piegarsi mai a nessuno. Doveva combattere perché io sarei stata sempre lì, dietro di lui ad incoraggiarlo e sostenerlo ed ora, a vederlo inconsapevole di ciò che sta succedendo, mi toglie un peso. Sarebbe stato difficile spiegargli che me ne stavo andando via e che non avrei mantenuto la mia promessa e avevo sinceramente paura che sarebbe rimasto deluso ma sorride, tiene in mano una macchinina e guarda la scatola di legno aspettandosi che io mi alzi e giochi con lui.
Caro fratellino, mi dispiace lasciarti così ma non mi alzerò, non ti aspetterò più fuori dall’asilo, non ti farò mangiare e non dormiremo più il pomeriggio insieme ma sappi che anche se il mio corpo è qui io sarò accanto a te in altre forme. Sarò con te quando abbraccerai il cuscino che profuma di cannella, quando guarderai le nostre foto sul comodino della mia camera e in ogni decisione importante che prenderai. Sappi che ti vorrò sempre bene.

Guardo Silvia che si sforza di far finta di piangere guardando il cielo. L’acqua le cade sul viso e lei finge che siano lacrime, parla con finti singhiozzi mentre l’amica la raggiunge e la stringe forte a sé. Le guardo e le invidio, avrei voluto anche io avere qualcuno che mi stringesse così e che mi ricordasse di quel grande progetto di rivincita che Dio aveva per me.
Caro Dio, mi dispiace, so che le battaglie che ci dai sono perché possiamo superarle ma forse mi hai sopravvalutata. Hai atteso troppo per darmi tregua, per darmi pace, rivincita. Non volevo vendetta, te lo assicuro, volevo solo si pentissero del loro comportamento o in un modo che solo tu conosci, che provassero quello che ho provato io. Si dice che la ruota giri ma la mia, forse, è stata troppo lenta e mi ha portata a non volerla aspettare.
Era un giovedì di sole quando ho preso questa decisione, l’ultimo anno di liceo è iniziato da qualche mese e come ogni anni anche i tormenti. Ho ripreso a non mangiare perché troppo nervosa e neanche Stefano riesce più a farmi sorridere. Cammino per casa da sola con sguardo vacuo e prendo di nuovo in considerazione la decisione che ho in testa da qualche settimana. è tutto pronto in camera mia, corda, sedia e lettera. Convivo con uno stato di depressione avanzato nonostante abbia preso anti-depressivi all’insaputa dei miei genitori tutta l’estate, infatti l’ho passata a dormire senza quasi mai vedere il sole. Guardo giù dal sesto piano prendendo in considerazione anche questa ipotesi ma rientro in casa e torno in camera. Tra un paio d’ore tornerà mia madre, e se lo faccio ora, sarò quasi fredda per allora mentre se aspetto potrei salvarmi ma voglio davvero salvarmi? Voglio ancora aspettare la mia rivincita?
Fisso il cellulare e conto fino a cento, aspetto che qualcuno mi cerchi, come un segno che mi dica che non è ancora il mio momento ma nessuno mi cerca e mi sento ancor di più dimenticata dal mondo.
Apro il biglietto e lo lascio sul letto, posiziono la sedia in prossimità della trave di legno che attraversa il soffitto della mia stanza. Sopra ci sono dei vecchi giocattoli e buttando la corda dall’altra parte un po’ di polvere cade assieme ad un cagnolino di peluche. Lascio la corda sospesa e scendo a prendere il peluche. Lo scuoto e lo pulisco dalla polvere pensando che forse dovevo pulire questo posto prima di fare il passo ma non esco dalla stanza, risalgo sulla mia sedia. Lego bene la corda e la posiziono intorno al collo. Prima di dare la spinta alla sedia mi guardo attorno, tutto in ordine perciò mia madre dovrà per forza guardare me, non avrà nulla da dire sulla stanza poi, guardo la scrivania e in mente ripasso i compiti, tutti fatti, neanche mio padre avrà nulla da controllare dovrà per forza guardarmi.
Controllo ancora una volta la corda e do la spinta necessaria al mio corpo ma esagero e nel far cadere la sedia il mio corpo gira su se stesso facendo stringere la corda ancora di più attorno al mio collo. Inizio a respirare a fatica troppo presto e mi passa per la testa che forse non ero pronta a morire, così piango e i pensieri si spengono ad uno ad uno nella mia testa. L’aria manca sempre più e sento il cuore che sembra esplodere, le gambe perdono sensibilità così come le braccia e oscillando arrivo con lo sguardo sgranato alla finestra. Vedo il tramonto del sole e il cielo che passa da azzurro a rosso e poi ad un leggero nero che sono sicura è la mia fine e poi la vedo, la macchina. Mia madre sta tornando a casa, il mio cellulare vibra e lei corre verso la porta del palazzo, forse la psicologa ha capito che qualcosa non va o hanno trovato gli anti-depressivi dentro l’auto. Lo ammetto, ho sparso pasticche ovunque, volevo che qualcuno mi scoprisse, che qualcuno capisse e mi aiutasse, erano stati sordi alle mie grida ma forse davanti all’evidenza avrebbero capito.
Purtroppo non ho la forza di resistere i sei piani dell’ascensore, troppe pastiglie e troppo poco cibo così mi spengo guardando il tramonto e sentendo il rumore dell’ascensore che arriva davanti la porta di casa. La porta chiusa a doppia mandata sopra e sotto permette al mio corpo di spegnersi senza sentire le urla di mia madre e senza dare all’ambulanza la possibilità di aiutarmi.
Caro Dio, se era questo il tuo segno, se era questa la tua rivincita, sappi che è arrivata troppo tardi, mi hai fatta arrivare ad un passo dal precipizio sperando che la terra sotto di me non si sgretolasse ma la mia anima triste è stata troppo pesante.
La terra ricopre il mio corpo e le persone iniziano ad andare via. Guardo in lontananza e vedo un ragazzo che tiene una rosa in mano. Mi guardava spesso e una volta aveva provato a parlarmi ma non ero stata capace di ascoltare chiusa nell’idea che nessuno tenesse a me.
Ricordate, se qualcuno cerca di parlarvi, per quanti problemi possiate avere, prestate il vostro orecchio, non si sa mai che potreste cambiarle la vita.
Soprattutto, ricordate che si deve sempre ascoltare il grido negli occhi di chi vi è accanto e guardare i segni nascosti nei “Sto bene” di coloro a cui tenete. Non sempre un sorriso è sinonimo di felicità e non sempre un “Sto bene” è sinonimo di “Sto bene”.
Ascoltate chi dice di stare bene con un sorriso a trentadue denti quando dentro si sta sgretolando.